martedì, 12 febbraio 2008

L’odore degli alberi. L’odore dell’azzurro del cielo. Non il profumo dell’aria fredda di una giornata limpida in inverno, proprio l’odore dell’azzurro. E’ particolare, è fresco, è corroborante e stordisce. Sembra impossibile che un colore possa avere un profumo, eppure sono sicura che in quel parco io ho sentito il profumo del cielo e l’odore del verde delle foglie. All’improvviso, entrata in quel mondo qualcosa ha amplificato le potenzialità dei miei sensi, in particolare dell’olfatto che ha preso a funzionare all’ennesima potenza, facendomi scoprire il profumo delle sfumature. Fa venire le lacrime agli occhi, perché sovrasta, supera la mia umana capacità di sopportare le emanazioni dall’esterno. Profuma un po’ di neve, l’azzurro del cielo. E il verde degli alberi profuma un po’ di te, ma non del tuo ricordo o della tua pelle, proprio di te, del tuo cuore. Forse è per questo che aspirando l’odore del parco, il parco aspirava me, stringendo il mio cuore in un involtino di foglie. Ed è in questo epifanico momento che ho pensato “ti amo”. Che sia quell’odore che me l’ha suggerito, fors’anche a tradimento, in un momento di debolezza, non so. Ma è quel profumo che mi ha rivelato con uno schiaffo: sei innamorata. Ripeto, con uno schiaffo, dunque al di fuori di qualsiasi romanticismo e dolcezza, ma anzi con tutto il carico di dolore e di travaglio.
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lunedì, 11 febbraio 2008

"[...]Perchè, sì, Marijo aveva l’abitudine di allegare all’elenco delle informazioni strettamente funzionali l’umore del mare. No, non il rumore, come il lettore potrebbe correggermi. Bensì, l’umore. Quando si è innamorati, si passa il tempo a contemplare il viso dell’amata, facendo attenzione ad ogni piccola increspatura della bocca, ad ogni incurvatura degli occhi. Così Marijo non abbandonava nemmeno per un istante il suo mare, le sue onde e ogni sera riportava sul registro la pazienza che quel giorno l’acqua aveva portato, il suo sentimento gioioso quando la brezza giocava con essa, la sua paura incontenibile quando la tempesta infuriava. Quella sera, accanto alla lista, sul bordo destro del registro, Marijo scrisse: “nervoso”. Il mare era stato nervoso per tutta la giornata. Le onde si erano infrante continuamente sulla sua nave, ma egli percepiva questo malcontento soprattutto dalla schiuma. La bianca corona che soleva accompagnare le onde del mare nei giorni ventosi era, generalmente, compatta e continua, cingeva cioè l’onda in tutta la sua lunghezza. Quel giorno, invece, le creste si mostravano frastagliate e fastidiosamente frizzanti, febbricitanti di ira e scontrose.
Poiché l’acqua è solita essere lo specchio del cielo e, dunque, anche il riflesso del suo carattere, Marijo aveva cercato fra le nubi il nervosismo che il mare rispecchiava, ma non ne aveva trovato tracce. Dopo aver consultato la cartina, il percorso, calcolato le miglia rimanenti e non avendo trovato traccia nelle terre oltremare di nervosi presagi, si era convinto a chiedere la causa di tanto malessere direttamente alla fonte delle sue ricerche. Il dialogo con il mare era, per Marijo, una forma consueta di comunicazione. Egli chiedeva, il mare rispondeva e non erano rare le volte in cui era il mare stesso a chiedere in modo tale che fra i due si era venuta a creare una sintonia costante e una conversazione che poche volte subiva una pausa. Entrambi gli interlocutori erano soddisfatti del compagno con cui parlavano e, per questo, mai si erano traditi.[...]"
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mercoledì, 06 febbraio 2008
--Egli bramava la sua amante giorno e notte e quando gli era stata concessa l’occasione di viverla aveva deciso che l’avrebbe fatto da solo. Solo lui avrebbe goduto della passione del suo amore. L’amante sarebbe stata solo sua, per mesi.
La notte del 21 agosto del 1417, Marijo aveva consultato le stelle ed era partito in silenzio, come il mare che respira l’onda e che, prima di farla scivolare sulla sabbia, trattiene il fiato e l’acqua in attesa.
Alla sua sinistra Capo Verde, alla destra l’Oceano Atlantico, sotto di lui il suo amore, il mare. Inchiostro denso e corposo, accarezzava il bordo libero del não in un continuo beccheggio tranquillo e distensivo.
Tutte le sere, dopo aver allentato le vele, fissato le funi alle incudini e afforcato le ancore, una a destra e una a sinistra per assicurare alla caracca una buona tenuta, Marijo camminava lungo il ponte fino a poppa, nella sua cabina. Prendeva in mano il registro di bordo e annotava le dispense rimaste, quelle consumate, la temperatura della giornata appena passata e altri piccoli dettagli che sarebbero stati utili ad altri navigatori una volta tornato a Lagos. Poiché le correnti marine e i venti laterali potevano spingere il suo não fuori rotta, di tanto in tanto Marijo calcolava e prendeva nota delle correzioni di rotta necessarie per far avanzare l’imbarcazione verso la sua destinazione. Ogni sera riprendeva da dove aveva lasciato, facendo misurazioni e calcoli, tracciando righe e curve sulla sua carta nautica. Due settimane dopo la partenza aveva avuto un problema con il castello di prua, tanto da rischiare di immagazzinare più acqua di quanto la nave avesse potuto tollerare ed era rimasto tutto il pomeriggio ad aggottare. Un mese più tardi un forte vento contrario aveva strappato la vela del trinchetto e solo grazie all’aiuto di un veliero di passaggio era riuscito a issarla come nuova.
Anche quella sera, all’altezza di Capo Verde, solo nella sua cabina ascoltava il canto d’amore delle onde intorno al suo piccolo mondo, mentre con la penna ne annotava le note.--

 

*quinto classificato al concorso Mons Aureus 2007 

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