mercoledì, 17 maggio 2006

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;

e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.



Guido Guinizzelli

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martedì, 16 maggio 2006

  

http://web.tiscali.it/edodainotti/opere.htm

 

Se a la propinqua speme nuovo impaccio

o Fortuna crudele o l’empia Morte,

com'han soluto, ahi lassa, non m’apporte,

rotta avrò la prigione e sciolto il laccio.

   Ma, pensando a quel dì, ardo ed agghiaccio,

c’hè ‘l timore e ‘l desio son le mie scorte;

a questo or chiudo, or apro a quel le porte,

e, in forse, di dolor mi struggo e sfaccio.

   Con ragione il desio dispiega i vanni

ed al suo porto appressa il bel pensiero

per trar quest’alma da perpetui affanni.

   Ma Fortuna al timor mostra il sentiero

erto ed angusto e pien di tanti inganni,

che nel più bel sperar poi mi dispero.


Isabella di Morra

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venerdì, 12 maggio 2006

F.Goya,  Il sonno della ragione crea i mostri

O sonno, o della queta, umida, ombrosa
notte placido figlio; o de’ mortali
egri conforto, oblio dolce de’ mali
sì gravi ond’è la vita aspra e noiosa;

soccorri al core omai, che langue e posa
non have, e queste membra stanche e frali
solleva: a me ten vola, o sonno, e l’ali
tue brune sovra me distendi e posa.

Ov’è ‘l silenzio che ‘l dì fugge e ‘l lume?
e i lievi sogni, che con non secure
vestigia di seguirti han per costume?

Lasso, che ‘nvan te chiamo, e queste oscure
e gelide ombre invan lusingo. O piume
d’asprezza colme! O notti acerbe e dure!

Giovanni Della Casa

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giovedì, 11 maggio 2006

 

O notte, a me più chiara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da' primi e da' più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;
      tu de le gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m'ha legata.
      Sol mi mancò che non divenni allora
la fortunata Alcmena, a cui stè tanto
più de l'usato a ritornar l'aurora.
      Pur così bene io non potrò mai tanto
dir di te, notte candida, ch'ancora
da la materia non sia vinto il canto.

Gaspara Stampa

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